
Renzo Rosso
Riaprire i Compro oro perché i figli vendano le soffitte dei padri
Ha deciso di prendere sul serio una sua vecchia parodia. Nel 2021 aveva lanciato il riacquisto dei jeans usati di Diesel con un filmato che imitava le pubblicità dei «Compro oro»; i negozi italiani del marchio avevano ritirato novecento paia, le avevano fatte restaurare in laboratori a poche ore da Breganze e le avevano rimesse in vendita con un marchio rosso sul retro. A quindici anni aveva cucito i primi jeans sulla Singer della madre, nella campagna di Vicenza e da allora sapeva quanto vale un capo tenuto da parte. Ha comprato trecentotrentatré negozi «Compro oro» chiusi, fra Treviso, Brescia, Bologna e Torino. Su ogni insegna ha fatto barrare «oro» con una riga di vernice e scrivere sopra, a pennello, «soffitte». Ha chiamato l’impresa Soffitta & Figli, come le vecchie ditte di famiglia del Nord. Accanto alla cassa ha appeso un cartello con una sola regola, «Entrano soltanto i figli». Il primo è stato Matteo, ventisei anni, di Thiene. Ha aperto la saracinesca del garage di suo padre con il telefono in mano. Dentro c’erano una Vespa del 1971 senza ruote, quaranta paia di jeans piegati in scatole da scarpe, un orologio fermo in un cassetto e, sotto un telo, un telaio a navetta che il padre aveva portato via dalla tessitura chiusa nel 1994. «Roba da buttare», ha detto il padre. Matteo ha fotografato tutto e ha portato le immagini al negozio di Thiene. La perita veniva dal reparto di Diesel che dal 2021 ricompra e restaura i jeans usati; per vent’anni aveva scelto i lavaggi del denim. Ha ingrandito l’orologio sullo schermo. «Suo padre lo ha mai portato?» «Al matrimonio», ha risposto Matteo. In giornata il padre ha ricevuto un bonifico pari a metà della stima. Il resto sarebbe arrivato con la vendita. A Breganze, accanto alla sede di Diesel, ha aperto i laboratori. Una sarta di settantun anni ha ricucito le tasche dei jeans di Thiene lasciando intatto il colore. Un orologiaio di Bassano ha rimesso in moto l’orologio. Il telaio a navetta è partito in un container per Okayama, dove le tessiture giapponesi cercano le macchine lente che fanno la cimosa. Ha comprato una piattaforma europea di aste online e le ha dato le vetrine dei negozi. Ogni oggetto è uscito con una scheda firmata dal figlio che lo aveva trovato, con il nome della soffitta e del paese. Al padre è andato il settanta per cento del prezzo, al figlio il dieci, a Soffitta & Figli il resto. Ha impegnato il miliardo in dodici mesi. Quattrocento milioni sono serviti ad anticipare ai padri metà delle stime, perché nessuno dovesse aspettare la vendita per credere al proprio figlio. Il resto è andato ai negozi, ai laboratori, ai magazzini di Breganze e alla piattaforma. Dal secondo anno le commissioni hanno pagato periti, sarte e spedizioni. Dopo le soffitte sono arrivati i capannoni. I figli degli industriali hanno portato in negozio inventari interi, rotoli di tessuto rimasti dal 1998, presse ferme, furgoni con trecentomila chilometri. Un ragazzo di Lumezzane ha venduto in tre settimane il magazzino di rubinetti che il padre custodiva da trent’anni per un cliente fallito. Una ragazza di Prato ha trovato acquirenti in Corea per gli scampoli di quattro generazioni. Alcuni padri hanno preso l’abitudine di passare dal negozio la sera, da soli, per chiedere quanto valesse una cosa prima di regalarla al figlio. Le prime trenta paia del garage di Thiene sono state vendute in dieci giorni, sei a Tokyo. Il padre di Matteo ha voluto leggere ogni scheda. Poi è salito in soffitta ed è sceso con la macchina da cucire di sua madre, l’ha appoggiata sul tavolo della cucina e l’ha guardata a lungo. «Questa no», ha detto. Dopo un minuto ha chiesto al figlio di insegnargli a fotografarla.